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Manifesto
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Calcio, politica e business

Che il calcio fosse un prodotto dell’economia globale l’hanno capito tutti, anche gli irriducibili nostalgici di un football che non c’è più. Non ci meraviglia che da Matarrese, ruspante figlio dell’italietta semper idem e nepotista, quel Matarrese che invocava provvedimenti sempre più speciali per gli ultras, fino alle celle negli stadi, il football sia finito nelle mani del “top manager”, l’ex Direttore Generale di Confindustria Maurizio Beretta, candidato ed eletto alla Presidenza della Lega Calcio dalla totalità delle società di Serie A, con la sola esclusione del Lecce.
Le prime parole del nuovo super-esperto di calcio-business sono il manifesto del suo orientamento: “Posso solo dire che considero il calcio uno straordinario settore produttivo, una grande bandiera del made in Italy, un vessillo dell'Italia che funziona e che sa vincere”. Ecco il calcio di Beretta. Dalla fine del mese di aprile 2009 abbiamo la Premier League all’amatriciana, la versione nostrana, “conforme allo scenario europeo” – come è stata definita in una nota ufficiale dell’assemblea della massima serie calcistica italiana – di un super campionato per ricchi.
Se consideriamo che Rocco Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport, aveva rivolto un chiaro invito alla Lega Calcio a eleggere in fretta il presidente dopo essere “riusciti a dare un'accelerata in sede parlamentare alla cosiddetta legge sugli stadi (...) legge (..) importante perchè è sì rivolta agli stadi ma è resa ancora più forte e completa perchè il calcio farà da traino alla realizzazione di altri impianti sportivi", il messaggio è ancora più chiaro.
Conta l’indotto economico che ruota attorno al mondo del calcio.
Stadi nuovi, comodi, tornelli, biglietti nominali. In poche parole business.
Poco importa della scissione della serie A dalla serie cadetta, poco importa del fatto che di calcio si parli solo in chiave politica, poco importa che il calcio diventi la vetrina per parlare della violenza che c’è nella nostra società alla deriva.
Poco importa che i nuovi stadi che costruiranno saranno cattedrali nel deserto senza più tifosi. Tanto c’è sempre il telespettatore con bibita e patatine, quello che ama il calcio dalla propria poltrona di casa, il consumatore di pay-tv, quello che non saprà mai quanto è bello andare in trasferta a sostenere la propria squadra del cuore anche quando piove.
E noi, siamo felici di aver visto il calcio di tanti anni fa, quando i tifosi andavano allo stadio.

C’era una volta il calcio...

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