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Manifesto
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Il calcio romantico che non c’è più

di Giovanni Tarantino

Il 13 febbraio 1949 durante un Atalanta-Lazio, anteponendo agli interessi personali quelli della squadra, Uber Gradella, storico numero Uno della S.S. Lazio, si lanciava in una mischia che gli sarebbe costata la carriera: “Mancavano due minuti alla fine della partita e pareggiavamo 1-1. Per noi quel punto era vitale e l’avrei difeso a tutti i costi. Su un calcio d’angolo mi gettai senza paura incontro ad una palla nonostante l’opposizione di diversi avversari. Caddi a terra cercando di difendere la sfera, ma in quel preciso momento sette giocatori, tra avversari e compagni caddero sul mio corpo. Sentii il ginocchio girarsi completamente, ma decisi di rimanere in campo per i minuti finali”. Stoicamente, aggiungeremmo.
Nelle parole di Uber Gradella si percepisce una tempra diversa da quella di molti pupazzi che popolano le scene calcistiche dei giorni nostri. Se vogliamo, questo ex portiere classe 1921, è l’esempio perfetto di chi lotta per una squadra, per dei colori, quelli biancocelesti nella fattispecie, rischiando addirittura in prima persona. È la difesa di un ideale, lo spirito di un calcio antico e romantico.
Dopo l’episodio sopra ricordato Gradella subì la frattura di tutti e due i femori: la carriera è compromessa e lui lotta per tornare a camminare come una volta.
Pensi a Uber Gradella e fai un salto lungo quasi un secolo, si ripercorre la storia del nostro calcio e della nostra Italia, tra guerre, campionati sospesi, amicizia tra tifosi e calciatori, zero barriere negli stadi. È l’antitesi dell’incubo moderno.
Eppure quella di Gradella per il calcio è una passione che nasce, come accade ancora oggi, sin da quando lui era un bambino, quando a sette anni comincia a giocare nel suo quartiere a Mantova: “Ricordo che facemmo una colletta – ha dichiarato qualche tempo fa Gradella – di cinque centesimi ciascuno per andare a comprare il nostro primo pallone. E da lì le prime sfide e i pomeriggi interi passati dedicati al calcio. Io – prosegue – ho sempre giocato in porta”.
Un approccio col calcio professionistico completamente diverso da quello di oggi, e Gradella comincia a parare nell’A.C. Mantova, in serie C dove rimane fino all’età di 16 anni, per poi passare a Verona dove viene premiato come portiere più promettente della serie cadetta.
Fino a quando non compie il grande salto, all’età di 18 anni, e arriva alla Lazio. Il ragazzo Uber Gradella prende il treno perché deve raggiungere la sede della Società Sportiva Lazio in via Frattina, scende a Piazza di Spagna e comincia a girare spaesato per la Capitale. Poi, un taxista Laziale lo aiuta. È solo il primo dei moltissimi contatti diretti che avrà con i tifosi. “Basta pensare a quello che succedeva ogni domenica. Il nostro raduno era alle 10.30 alla trattoria di via Frattina. I tifosi ci circondavano e ci sostenevano. Era diventata  ormai un’abitudine quella di incontrare una decina di bambini che venivano con noi a piedi fino a piazzale Flaminio, dove poi prendevamo il tram per andare allo stadio. Era bello perché i tifosi ti caricavano, ti davano consigli e a volte anche qualche giusta critica”.
La prima partita in biancoceleste Gradella la gioca a Monaco, nell’ambito di un minitorneo con una delegazione tedesca. La Lazio si impone 1 a 0 all’andata e 4 a 0 al ritorno. Spesso a Roma gli allenamenti della Lazio erano seguiti dai figli di Mussolini, tifosi doc, e il portiere ha l’opportunità di conoscere Romano e Anna Maria, suoi sostenitori oltre che frequentatori abituali dello stadio.
Grande amico di Silvio Piola, Uber, pronto per il rientro, riceve la comunicazione della sua sostituzione con Sentimenti IV. Riceve per l’occasione la lista gratuita, ma piuttosto che lasciare la sua Lazio preferisce abbandonare per sempre il calcio.
“La Lazio mi ha accolto e mi ha fatto crescere come uomo e come calciatore. Le sono immensamente grato e per lei sarei sempre pronto a tutto”. Così, animato da un sentimento nobile, Gradella si congeda dalla società per cui ha parato 140 volte. “Sarei sempre pronto a tutto”: come quella volta, il 13 febbraio 1949, che per difendere la sua maglia, sacrificò il suo ginocchio.
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