E
DURANTE UNA PARTITA C'E' SCAPPATO IL MORTO
Lunghi attimi di follia a Catania per poi rivedere rimbalzate nelle
televisioni di tutto il mondo le immagini fin troppo note che fanno
assomigliare una serata siciliana a qualsiasi notte di Beirut o
di Baghdad.
Le solite sirene, i soliti volti coperti, le solite dissennatezze.
Purtroppo l'occasione non è una guerra più o meno
giusta o più o meno dichiarata.
Non c'è terrorismo da sconfiggere, non c'è una patria
da difendere. L'occasione è offerta da un incontro di calcio.
Una rivalità tra città e tra tifosi che sfocia in
tragedia.
Questa volta, invece del solito tifoso, a lasciare dietro di sé
sangue e lacrime è un agente di polizia.
È per via della triste scomparsa di un poliziotto, come si
dice giornalisticamente, che c'è la notizia. Una notizia
grave, gravissima che richiama in televisione addetti ai lavori
"calcistici", giornalisti, allenatori; che scomoda benpensanti,
verbosi saccenti, finanche politici per richiamare l’attenzione
su un fenomeno terribile che "invade il mondo del calcio, che
lo fa sentire solo, che offende la nazione" e tanti altri blablabla.
Una tiritera di ovvietà. Ovvietà e aforismi che confondono,
che uccidono per la seconda volta il povero poliziotto che lascia
una moglie e due figli. E che uccidono ancora una volta tutte le
vittime che sugli spalti di uno stadio hanno lasciato dietro di
sé dolore e morte perché tutti i morti sono uguali,
che siano semplici tifosi o agenti addetti all’ordine.
Una tiritera di ovvietà basata sul postulato che chi va allo
stadio è un delinquente, che bisogna fare leggi speciali,
che bisogna estirpare la violenza dal mondo del calcio perché
è un mondo violento.
Che bisogna fare come è stato fatto in Inghilterra ecc. ecc.
Una tiritera di ovvietà trite e ritrite, tanto che pare di
essere a scuola e sentir recitare a pappardella la lezione dal somaro
della classe che ha imparato a memoria ma non ha impresso nel cuore
e nel cervello la lezione che ha studiato. Tutti esperti di mondo
ultras, tutti esperti di disagi giovanili. Tutti esperti che trascurano
di approfondire come sia possibile che operai, impiegati, studenti
e liberi professionisti o no so ché, la domenica o il sabato
per l'anticipo o il lunedì per il posticipo – sì
perché il calcio ormai si gioca tutti i giorni a tutte le
ore – siano disposti a rischiare la propria vita o quella
misera di qualcun altro per trasformarsi in ricattatori di società
sportive, di attaccabrighe, insomma di violenti border line della
nostra benpensante società.
Una tiritera di ovvietà che farà fermare il calcio
come ahimé, anzi ahinoi, amanti del Beautiful Game, successe
in occasione della morte violenta di un tifoso genoano nel 1995.
Una tiritera di ovvietà che farà ripartire il gran
baraccone di un calcio sempre più circense e sempre meno
pallonaro perché gli sponsor hanno investito miliardi di
ogni tipo di moneta, perché i calciatori non possono stare
fermi un anno altrimenti le società poi perdono plusvalenze
e cose del genere – alle brutte perché altrimenti poltriscono
e vagano da un party multimilionario all'altro – perché
i quotidiani sportivi – scritti da quegli stessi soloni travestivi
da reporter domenicali che invocano ghigliottine sui campionati
– non venderebbero una copia che è una, perché
il mondo delle scommesse legali non porterebbe più all'erario
dello stato tanti bei soldoni e quello delle scommesse clandestine
non gioverebbe più alle mafie e mafiette di un sottobosco
che si nutre degli scarti del dorato mondo del calcio.
Nessuno, proprio nessuno, invece, si è interrogato su quanto
accade nel mondo del calcio leggendo la tragicità di questi
eventi drammatici attraverso la lente della nostra società.
Una società che fa sempre più morti nella strada per
i cosiddetti "futili motivi", una società che come
ha detto il Ministro Amato fa richiesta ingente di cocaina e quindi
è impossibile combattere questo fenomeno che dovrebbe molto
far riflettere, una società in cui si uccidono i vicini di
casa perché fanno troppo rumore.
Una società che mette in pubblica piazza i malumori familiari
di un leader politico troppo focosetto e troppo attento allo sgambettare
di veline e donnine, una società che ancora si interroga
sulla natura della famiglia, una società che ripudia ogni
pudore e vive di spettacolini televisivi e grandi fratelli.
Forse i signori politici, anche le signore, certo; i signori giornalisti
e tutti quelli che volessero cimentarsi nella rifondazione del calcio
e dello sport, dovrebbero provare a trovare un punto d'osservazione
più alto in modo da consentirsi di intervenire con maggior
successo in quella che non può essere l'ennesima operazione
di chirurgia "estetica". Il problema è alla radice.
Ma non nel calcio. Il problema è nella società, dunque
dentro di noi.
Non si può sconfiggere il male che il delinquente travestito
da tifoso o da ultras porta nella società se è la
società che lo alimenta. Il male e il delinquente.
Il calcio è vittima recente di un sistema sovrastrutturato
fatto di imbrogli e di sotterfugi. Fatto di lobbies e di tanti soldi.
Fatto di furbate, di complotti e complottismo, di moviole e di simulazioni,
di lunghissimi programmi dedicati al nulla, alle chiacchiere da
baretto. Fatto di piccoli delinquenti e, soprattutto, di grandi
truffatori in giacca e cravatta che giocano con i bilanci delle
società.
I soldi che il calcio produce hanno fatto girare la testa a molti.
I soldi portano con sé il potere, ma non la saggezza. I soldi
hanno distrutto il gioco del calcio come hanno profondamente inquinato
le nostre coscienze. Figuriamoci quanto possano interessare alla
nostra società il fair play o la cultura della sconfitta.
Si parla di modello inglese, si ciancia di cose che non si conoscono.
In Gran Bretagna i tifosi applaudono la propria squadra anche quando
perde perché gioca con onore e con grinta. In Italia è
diverso. I calciatori bisticciano, simulano, svengono come damine
del Settecento. Così conquistano rigori mondiali e sono felici.
Polemizzano settimane intere sui quotidiani sportivi, si prendono
a testate come i caproni. Creano violenza, e ricevono violenza.
Aggrediscono in campo e sono aggrediti fuori dal terreno di gioco.
Sono diseducativi, vittime di loro stessi e delle loro pailletes.
Vittime dei personaggi che devono rappresentare domenicalmente.
Basta andare su un campetto di periferia per vedere che non esiste
un'educazione al fair play, all'onestà; basta andare a vedere
le partite dei bambini per vedere cloni dei vari calciatori da copertina
dei rotocalchi che si agitano come loro, che parlano come loro,
che reagiscono come loro. Che si vestono come loro e che, come loro,
non sanno cosa sia il gioco del calcio. I bambini di oggi, dalle
anime denutrite di sani valori, sono i calciatori, i procuratori,
gli affaristi, oppure gli avvocati, i medici, gli operai, i giornalisti,
i politici e chi più ne ha più ne metta, di domani.
Non servono regole che l'arbitro in campo sia costretto a far osservare
a brutto muso se durante la partita un giocatore si fa male; il
fair play, il rispetto per l'avversario, l’amore per la sconfitta
e per la vittoria nello sport maturano nel cuore se vengono insegnate
con dolcezza ai bambini. Crescono nei loro giovani petti e mettono
radici profonde. Che germogliano quando sono uomini, contribuendo
alla loro crescita etica.
In Italia non si curano i vivai, sono troppo costosi e abbisognano
di troppe cure; molti presidenti preferiscono i campioni stranieri
rinomati per poter vincere tutto e subito; molti presidenti non
capiscono nulla di calcio ma hanno i soldi. Per loro l'appassionato
di calcio, il tifoso, è un semplice cliente, elemento di
una catena di perverso montaggio nella quale il risultato che conta
è fare investimenti e produrre capitale. Senza regole.
Tutto questo fa il male del calcio. Tutta la società soffre,
non solo quella assiepata sui gradoni di un vecchio stadio, stretta
attorno alla sciarpa coi colori della squadra del cuore.
Action Now – Play old style ha prodotto recentemente un Manifesto
del Calcio che si ispira ai valori di un calcio pulito fatto di
grinta e di fair play. Ma soprattutto di esempi.
Ha distribuito questo Manifesto negli stadi, tra le tifoserie, tra
gli ultras, dei quali nei giornali si parla come se fossero il male
assoluto, ma che alla fine sono come noi, siamo noi.
Action Now – Play old style ha affrontato temi delicati tra
i quali la lotta a doping e alle droghe. Assieme all'Associazione
ex Calciatori Granata e a tanti appassionati del calcio "vecchio
stile" ha realizzato una splendida mostra fotografica dedicata
al fair play e al Subbuteo, il gioco che ha insegnato a tantissimi
ragazzi dagli anni '50 ad oggi come si possa vincere e perdere giocando
al calcio anche su un panno verde.
Action Now – Play old style ama il calcio e ha fatto una scelta
che tanti sapientoni non si arrischiano a fare perché preferiscono
blaterare da una televisione all’altra in attesa della prossima
vittima: essere esempio. |