CRIMEN E I CRIMINI IRRISOLTI
Peccato che in Italia oggi come oggi, non ci sia un commissario
come il Bernard Blier del film Crimen, capolavoro poliziesco comico,
diretto da Mario Camerini nel 1960 e, invece, ve ne siano troppi,
troppo simili a Ciccio Ingravallo di “Quer pasticciaccio brutto
de via Merulana”. E nemmeno così simpatici come il
commissario molisano di Gadda.
Eh già, perché se il commissario francese che nel
film indaga sull’omicidio della ricca signora monegasca (e
che riesce – nonostante le contraddizioni in cui cadono i
vari Alberto Sordi, Nino Manfredi, Franca Valeri, Dorian Gray, Silvana
Mangano e Vittorio Gassman, per cercarsi un alibi – a risolvere
un difficile caso) fosse oggi alle prese con gli omicidi di casa
nostra, qualche assassino in più soggiornerebbe a nostre
spese nelle patrie galere e qualche misterioso delitto troverebbe
spiegazioni, moventi e colpevoli. Sicuramente più di quanto
riuscirebbero a fare tutti gli Ingravalli dei nostri giorni.
E invece, come si dice, la polizia brancola nel buio, indaga e s’incazza
come da citazione del “Secondo tragico Fantozzi”. Salvo
risolvere, soprattutto grazie alla Digos, i più efferati
crimini legati al mondo del calcio e del tifo ultras.
Ma di delitti con la maiuscola, neanche a parlare. Uno spesso velo
di silenzio li ricopre e getta discredito sulle capacità
investigative dei nostri tutori dell’ordine. Ché quando
c’è da scoprire non scoprono e quando c’è
da coprire, invece, coprono.
Ecco perché Crimen è un film di grande attualità
che va visto e rivisto. E ascoltato grazie alla musica del maestro
Pino Calvi.
Per la grande vena di comicità, per le insuperabili recitazioni
degli attori che ne costituiscono il cast e per capire come tanti
piccoli indizi non facciano una prova. Figuriamoci quando tante
prove indiziarie non svelano nemmeno l’ombra del colpevole.
Negli ultimi anni, in Italia, sono davvero tanti i casi irrisolti
che richiederebbero l’intervento di Blier nei panni di commissario.
Senza rispolverare i classici d’un tempo, tipo l’omicidio
Montesi, pensiamo ai più famosi dei nostri giorni: il delitto
di Simonetta Cesaroni a Roma, in via Poma, il 7 agosto del 1990,
l’omicidio dell’Olgiata in cui venne uccisa la contessa
Alberico Filo della Torre il 10 luglio 1991 (delitti che hanno evidenziato
tutte le incapacità della Procura di Roma incappata in una
serie di clamorosi fallimenti) e quello di Marta Russo del 9 maggio
1997 per il quale furono condannati Ferraro e Scattone. E per finire
i casi di Cogne, 30 gennaio 2002, in cui un bambino di tre anni
venne ucciso con 14 colpi alla testa e fu indicata e condannata
come colpevole la mamma, peraltro unica indagata, Annamaria Franzoni;
il delitto di Garlasco, dramma ferragostano recente, senza colpevole
ma con una giovane massacrata in provincia di Pavia e l’omicidio
di Meredith, la giovane inglese assassinata in circostanze oscure
il primo novembre scorso a Perugia, tanti indagati, nessun colpevole.
Prove, intercettazioni, autopsie, esami irripetibili dei Ris, dei
Ros e di qualche ras locale, dna, luminol e tante chiacchiere. E
nessun arresto.
Ma per fortuna al nostro Blier nel film bastano semplici deduzioni
e semplici controlli. Quelli semplici, di una volta, in cui gli
alibi sono verificati senza tanti esami particolareggiati e senza
tanti esperti.
Il ritrovamento della vecchia signora morta in circostanze misteriosissime,
le bugie, le reticenze dei vari personaggi che nel film trovano
spazio per scene esilaranti e le reciproche accuse che li dimostrerebbero
colpevoli, grazie all’acume e alla pazienza del commissario
incaricato delle indagini, rimangono esempi di grande comicità
e di fine humour noir.
Tutto intorno, in bianco e nero, il rapido Roma – Nizza, la
bellezza di Monte Carlo e della Costa Azzurra, il Casinò
e la continua sensazione che gli innocenti, se non ci fosse Bernard
Blier, sarebbero le prede preferite dell’incapacità
di dipanare intricate matasse. |