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Manifesto
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L’ITALIA FAI-DA-TE CHE NON PAGA I DEBITI

Scandali, insabbiamenti, crimini irrisolti, leggi speciali, morti bianche.
È l’Italia. Non quella di Virgilio, di Dante e di D’Annunzio. Che pure i suoi problemi ce l’aveva.
Quella di cui parliamo è un italietta fatta di bugie, di sotterfugi, di paroloni lanciati al vento come fossero aquiloni, di criminali in doppiopetto, di assassini in divisa e galloni, di morti sul lavoro, mai abbastanza pianti.
Un Paese piccolo piccolo che ha la memoria del pesce rosso, fatto di chiacchiere da bar e di rivoluzioni coi soldi di papà in tasca, di giornali e giornalisti che contano più dei politici e di politici completamente scollati dalla vita di tutti giorni, ma sempre pronti a piangere la loro solidarietà coccodrillesca di fronte ai drammi dei più deboli.
Un triste paesello da presepio in cui nemmeno il calcio riesce più a divertirci.
Ah, il calcio! Partite a pagamento, arbitri a pagamento, calciatori primedonne, partite più truccate delle donne di malaffare, presidenti mafiosi e tifosi cartonati, ubbidienti a qualunque sistema, fatto di moviole in campo e televisori in salotto, leggi speciali fatte da chi di calcio non capisce niente e impone regole con dittatoriale democraticità, bilanci societari gonfiati come mongolfiere e debiti mai pagati.
È dei primi giorni di dicembre un’analisi dell’Agenzia delle Entrate, relativa agli anni 2001 – 2005. Secondo lo Stato, le tasse che i clubs di calcio devono corrispondere all’erario pubblico ammontano alla cifra di 754,4 milioni di euro. Altro che finanziarie lacrime e sangue, tesoretti e liti in Parlamento.
Sono dati drammatici e inquietanti, specialmente se si considera che una grossissima fetta di questo debito non verrà mai ripagata da nessuno, perché, in molti casi particolarmente imbarazzanti, nuove società hanno preso il posto di vecchie società per azioni ormai bruciate e non si sono accollate il loro debito erariale, che è rimasto ben sigillato dentro scatole cinesi destinate a non essere mai più aperte, novelli vasi di Pandora da tener ben nascosti.
Alla faccia dei pensionati, dei lavoratori dipendenti e di tutti gli imbecilli che pagano le tasse.
Sempre secondo i dati apocalittici dell’Agenzia delle Entrate, sono 193 i clubs italiani non in regola con il fisco. Di questi, ad avere gli arretrati più consistenti sono, ovviamente, quelli di serie A.
Il record assoluto è detenuto dalla Lazio di Claudio Lotito (il Grande Presidente Moralizzatore, che istruito come è, avrà sicuramente letto il libretto di anonimo francese, “L’art de faire des dettes” e cioè “L’arte di far debiti” e ne avrà tratto certo beneficio), che si ritrova sprofondata in un suo personale oceano di debiti: 129,1 milioni di euro, quelli che furono oggetto del famoso accordo ‘spalmadebiti’ stipulato tra la nuova proprietà e lo Stato per evitare il fallimento.
Ma ci sono società che grazie ai lodi e agli intrallazzi di Stato, al fisco non devono più nulla, tanto che dal totale di 376 milioni di euro di debiti accumulati tra il 2001 e il 2005 dalla serie A italiana, 210,2 milioni fanno capo a queste società ‘dismesse’.
I dati forniti dall’Agenzia delle Entrate vengono ulteriormente aggravati da una semplice lettura degli ultimi bilanci delle società di serie A. La somma del debito complessivo per l’anno corrente è di 21,5 milioni di euro per quanto riguarda l’Irap e di 51,4 milioni di euro per l’Irpef.
Numeri che di per sé non sarebbero nemmeno tanto clamorosi non fosse per un retroscena che, da solo, spiega in maniera molto chiara la vera origine di tutte le controversie legate al tema “pallone e tasse”. Dopo gli scandali sportivo – finanziari del 2003 – 2004 la FIGC, come di consueto sull’onda dell’emergenza, varò delle regole molto rigide in materia di iscrizioni al campionato. Per effetto di queste regole, una società che non avesse potuto dimostrare di non aver alcun debito con lo Stato, non avrebbe potuto partecipare al torneo.
Ma ecco la nostra italietta tutta truffe e imbrogli.
Quella sempre pronta a vendere Fontan di Trevi al pollo di turno.
Passati poco più di due anni, con l’emergenza ormai alle spalle e con nuovi scandali a distrarre l’opinione pubblica, questa estate la FIGC ha pensato bene di porre fine al regime di tolleranza zero, permettendo alle società di iscriversi al campionato indipendentemente dall’avvenuto pagamento delle tasse. E la voce “debito” dei bilanci del calcio italiano ha ricominciato a crescere.
Per fortuna che ci sono gli ultras a distrarre l’opinione pubblica, vero Matarrese, Abete, e tutti coloro i quali stanno distruggendo i nostri sogni di bambini?
C’era una volta il gioco più bello del mondo, c’era la passione, c’erano i tifosi che univano e allo stesso tempo dividevano l’Italia, viaggiando al seguito della squadra del cuore.
C’erano Paolo Valenti, Novantesimo Minuto e le partite in bianco e nero.
I presidenti erano Lenzini, Pianelli, Rozzi, Anconetani. C’erano i calciatori che ridevano sulle figurine Panini e su quelle Calcio Flash (chissà perché sulle Panini erano sempre più belli, persino più azzimati).
C’era una volta il gioco del calcio. Ma non c’è più.
Abete
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