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Manifesto
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Facebook, no grazie

Tanti anni fa andavo ancora a scuola.
Poi, per fortuna, ‘er tormento de la scola’ – come lo chiama il Belli, un bel giorno è finito.
Esame di maturità, la consapevolezza già acquisita di non rivedere più nessuno dei miei compagni di classe. Mi sembra ieri. Le catene che si sciolgono, nemmeno saluto. Mi giro e me ne vado: finalmente l’università. Facce nuove, gente nuova. È finita la galera, tutta vita, tutti al casino. Dover passare l’intera giornata in classe con le stesse persone: un incubo. Di alcune, solo casualmente ho appreso il nome, dopo diversi anni. Esistevano i cognomi, quelli dell’appello. Galli veniva prima di Ghilardi. A Livigno c’era un negozio di nonsoché che si chiamava Galli Ghilardi. Ho sempre pensato con tristezza che fossero due compagni di classe tenuti prigionieri in qualche aula che alla fine si erano sposati. Serapiglia era buono come nome e come cognome. Era neutro, come tante parole latine. Poteva essere maschile o femminile. Ma Serapiglia, secondo me, era neutro. Scritto attaccato o staccato, non faceva differenza. Tanto non giocava nemmeno a Subbuteo.
Quando Verdone tirò fuori ‘Compagni di scuola’ era il 1988. Il film raccontava una malinconica riunione che mi face paura. Un gruppo di trentacinquenni si incontra dopo tanti anni e ricorda i vecchi tempi. Decisi di sparire del tutto, per fortuna non c’erano i telefoni cellulari. A scuola, nel ventre molle di una scuola privata romana, in cui tutti sanno tutto di tutti, non si stava né bene né male. Si stava. E già questo bastava a renderla odiosa. Non la scuola in se come istituzione, né l’istruzione che, almeno fino alla terza media, era obbligatoria. Era odiosa la condivisione forzata, le stesse persone, le stesse battute. La ciclicità quotidiana. Quel tempo vichiano di corsi e ricorsi che ti si appiccicava addosso alla prima ora e te lo portavi a casa nello zaino.
Mi era insopportabile. E anche i miei compagni cominciavano ad essermi quantomeno indifferenti. Il film di Verdone si era ispirato a un altro grande film che vidi diversi anni dopo: ‘The Big Chill’, ‘Il grande freddo’, un film del 1983 che, al di là della colonna sonora soul, tutta improntata alla musica pubblicata negli anni Sessanta dalla Motown, mi diede il colpo di grazia.
Ero felicissimo di aver tagliato i cordoni con i miei compagni di scuola. Così vicini ancora nel tempo, così lontani dal mio cuore.
Non li ho più visti, non li ho più cercati e non mi sono mai mancati.
Qualche giorno fa ho incontrato un compagno di classe di mio fratello. Ma lui, nonostante fosse un ex di scuola, è tuttora un amico, quindi non è classificabile come appartenente a quella odiosa categoria.
La prima cosa che mi dice è che su Facebook hanno creato una community di ex studenti dell’Istituto Preziosissimo Sangue (ebbene sì, così si chiamava la mia scuola, certo il nome non era da ‘rimorchiata’ facile e quando sull’autobus che mi portava a fare il pendolare dall’Eur in cui vivevo a Piazza Epiro in cui andavo a scuola e viceversa, qualche ragazza mi chiedeva a quale scuola andassi, le spiegazioni di ‘seconda a destra dopo l’incrocio prima del semaforo’ mi facevano assomigliare più a un vigile urbano che a uno studente). La seconda cosa che mi dice è che non posso non entrare a far parte di questa tristezza virtuale.
Si collega, mi mostra questo Giardino delle Esperidi custodito da password invece che da draghi minacciosi. Tutti hanno messo una foto sulla loro pagina, come sul documento o come sulla tomba. La foto sorridente, magari un po’ vintage, di quando era alunno dell’Istituto. Sono caduti nel gorgo.
“Ma con questo tipo – gli faccio – non avevi mai parlato quando eravamo a scuola, era un soggettone terribile”. “Che ti devo dire – mi ha risposto – su Facebook è simpaticissimo”.
Certo. Su Facebook. La vita virtuale ormai vale di più della vita reale.
Una mia solerte compagna di classe delle elementari, ovviamente iscritta a questa congrega di ricercatori archeologi di identità, scandalizzata dal fatto che non fosse riuscita a trovarmi su Facebook, immaginava fossi morto e cercava in tutti i modi di sapere qualcosa sul mio conto. Per fortuna nessuno era in grado di fornire mie notizie particolareggiate.
Qualcuno ha persino provato a contattarmi dopo aver digitato su qualche motore di ricerca il mio nome e il mio cognome e mi ha spedito delle email agli indirizzi di posta elettronica che ha trovato, dopo aver valutato a lungo che quel nome e quel cognome apparsi su Google non potevano non essere quelli giusti, visto che erano in pagine dedicate al Subbuteo. Ovviamente ho ignorato le richieste di farmi vivo per fare una rimpatriata assieme a gente che non ricordo nemmeno di aver mai visto. La classica cena di classe. Ma santiddio, ma non vi viene in mente che se per almeno venti – dico venti – anni non ci siamo visti e sentiti, ci sarà un maledetto motivo, no? Ho amici cari da tanti anni, alcuni da più di venticinque anni. Perché non vi sento compagni di scuola? Perché ci siamo persi di vista? Perché non mi frega niente di sapere cosa fanno oggi i vari Compagni di Scuola come il povero Fabris o Er Patata del film di Verdone.
Ho provato a spiegarmi. E a far capire che Facebook non mi avrà. Non è stato facile, il buonismo ha contagiato tutti. Siamo vittime di un’epidemia di buonismo.
Non bastavano programmi morbosi come “Chi l’ha visto” o robe tipo Carrambate; ora abbiamo la globalizzazione del detectivismo a buon mercato, l’amicizia da social utility, la ricerca dell’amico scomparso, quel compagno dell’ultimo banco col quale non abbiamo mai parlato.
Mi è tornato alla mente quel gentiluomo che era Enzo Tortora quando faceva incontrare vecchietti che avevano combattuto assieme e cercavano di salutarsi per l’ultima volta.
Altri tempi, altre utilità sociali. E poi a Portobello c’era Sua Soavità Renée Longarini in carne ed ossa, non la sua foto su Facebook.

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