UNA
PASQUINATA FUTURISTA D'ALTRI TEMPI
Un po’ di colore nella vita
Che sono futuristi lo dicono loro. Che abbiano fatto un’azione
in stile futurista s’è visto da come l’acqua
ha colorato di rosso la Fontana di Trevi.
E subito è partita la ricerca della matrice politica. Eversione
di destra, eversione di sinistra.
Il solito problema dell’italietta nostra, bigotta e poliziotta
tutta intenta a ricercare i mandanti politici.
Dalle istituzioni, cori unanimi a condannare il gesto vandalico.
Che, però, di vandalico non ha nulla. Non ha danneggiato
il monumento, non ha creato nessun problema d’ordine pubblico,
non ha fatto male a nessuno. Qualunque fosse la sostanza che è
stata utilizzata – forse ce lo diranno gli inquirenti –
ha soltanto attirato l’attenzione su due problemi seri. Lo
sperpero di soldi per le celebrazioni veltroniane e il precariato.
E non è poco.
Roma è così, va capita.
E stavolta pare l’abbiano capita in pochi. Fuori dal coro
s’è levata solo la voce di Vittorio Sgarbi, uno che
è contro a prescindere, uno che stavolta non si è
accodato al coro degli esterrefatti tromboni.
Gestire la città Eterna richiede misura, equilibrio.
Roma prima di divenire la capitale d’Italia ha conosciuto
secoli di grandiosità, ha conosciuto i Papi e il potere temporale
di Santa Romana Chiesa.
E il potere forte esercitato nei secoli dai preti ha rafforzato
il modo di essere dei romani. Per tutte le generazioni a venire.
C’era una volta una Roma scanzonata e papalina, devota e bestemmiatrice,
guelfa e ghibellina, atea e baciapile, rivoluzionaria e reazionaria.
E una volta c’era pure Pasquino, ‘er satirico pigrammista’,
l’epigrammista satirico che, non senza un certo spirito di
sfida, raccontava pubblicamente ma in gran segreto il malumore popolare
nei confronti del potere e l’avversione alla corruzione ed
all’arroganza dei suoi rappresentanti.
Il Papa e il suo esercito di preti, spie, confidenti, sacrestani
e guardie pontificie sorvegliava. Sornione come i romani. Che sono
sempre stati attaccati alla religione, ma a modo loro.
Come sono sempre stati contro il potere temporale dei papi, ma a
modo loro.
Come capitò a Ugo di Bassville che a fare lo spiritoso a
Roma ci lasciò la gola tagliata da un rasoio. Giacobini tanto
tanto, ma rispettosi.
Quando papa Benedetto XIII pensò fosse necessario far vigilare
la statua parlante notte e giorno da guardie, emanando un editto
che garantiva la pena di morte, la confisca e l’infamia a
chi si fosse reso colpevole di pasquinate, furono altre statue a
parlare.
Ormai il popolo vedeva in Pasquino la voce contro il vento. Una
figura antagonista del potere che ben simboleggiava il popolo tutto
che, con i suoi versi, era libero di commentare gli eccessi di un
sistema col quale conviveva con sorniona sufficienza.
Chi gestisce la città Eterna oggi, forse, non ha il senso
della misura e, forse, nemmeno lo spessore dei tanti Papi che hanno
governato Urbi et Orbi.
Oggi Roma è solo un pallido ricordo della città del
Grand Tour. Bella rimane, affascinante pure. Eterna per natura.
Però, mancano alloggi, trionfa la sporcizia, l’immigrazione
non ha più controllo, la microcriminalità dilaga.
Ma di questo a Roma non si parla più. Si fanno mostre, si
accendono luminarie, si lanciano al cielo giaculatorie e litanie
profane di consenso al regime d’oggigiorno.
Il sistema per auto-celebrarsi e auto-incensarsi ha bisogno di cinema
e di teatralità.
Manifesti e locandine, scenografie e tappeti rossi.
E, come nel teatro dell’effimero barocco, lo fa ingigantendo
tutto.
Anche i piccoli dissidenti che colorano le fontane.
Ieri, grandi erano i Papi, grandi i loro avversari.
Oggi, piccoli sono quelli che governano Roma e per sentirsi grandi
ingigantiscono con i loro paroloni di condanna qualche spirito allegro
di goliardia che cerca di dare voci al Silenzio imposto dalla dittatura
del buonismo.
Ma Pasquino non c’è più.
Negli ultimi anni è tornato a farsi sentire solo saltuariamente.
Durante il fascismo, in occasione dei preparativi per la visita
di Hitler a Roma, Pasquino riemerse dal lunghissimo silenzio per
notare la vuota pomposità degli allestimenti scenografici,
che avevano messo la città sottosopra per settimane:
“Povera Roma mia de travertino!
T’hanno vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimirà da ‘n imbianchino...”
Chissà che non sia ora di tornare, caro Pasquino! |