FOOTBALL & PUBS
(di Fabrizio Ghilardi)
La nascita del Football, The Beautiful Game, è strettamente collegata ad un’altra tipica espressione britannica: il pub. Quel luogo spesso descritto nei racconti di Charles Dickens e che dal 1830 - dopo la legge sulla liberalizzazione della fabbricazione della birra e della relativa vendita - è diventato uno dei punti fermi dell’economia e della cultura inglese moderna. Alla fine dell’Ottocento il legame tra il calcio e l’industria della birra era indissolubile. Talmente tanto, che il calcio nacque a Londra nella Freemason’s Tavern di Great Queen Street, dove i membri di alcuni clubs cittadini si riunirono per codificare le regole del football e per dare vita alla Football Association, la più antica federazione del calcio del mondo. Era il 26 ottobre dell’anno 1863. Non credo fossero astemi e abbiano brindato alla nuova avventura con dell’earl grey tea.
Alcune squadre usavano i pubs come spogliatoi e giocavano in campi adiacenti. Il Sunderland, per esempio, giocò i suoi primi incontri di football in un campo di proprietà del Blue House Inn, mentre l’Everton disputò i propri incontri casalinghi su un campo di proprietà del birraio di Liverpool, John Houlding. E quando il rapporto con l’Everton si deteriorò, Houlding - nel 1892 - fondò il Liverpool Football Club. Insomma, la relazione tra football e pub era talmente forte che nel 1893 il vicario anglicano di Leeds affermò decisamente che “il football è una fascinazione del demonio ed è il fratello gemello del vizio del bere”.
Tony Collins, nella Encyclopedia of British Football, ricorda che oltre alle strutture che i locali offrivano alle squadre di calcio, era uso comune che i risultati delle partite di pallone fossero trasmessi col telegrafo, il sabato pomeriggio, proprio nei pubs. Luoghi in cui venivano mostrati e, spesso conservati, i trofei e le coppe vinte e in cui venivano effettuate raccolte dei risparmi per consentire ai clubs di disputare le partite fuori casa. Nel suo libro The People’s Game del 1975, lo storico James Walvin ricorda come “tra le principali istituzioni che producevano squadre di calcio nei primi anni, vi fossero i local pubs (...) i luoghi in cui squadre, managers e supporters si incontravano spesso”. Gli stessi footballers avevano la reputazione di personaggi che si intrattenevano facilmente nei pubs locali dove passavano il proprio tempo libero. Archie Hunter, che giocò nell’Aston Villa, riferisce nel 1890 che “c’è un impressione fuori dall’Inghilterra – specialmente tra quelli che non sanno nulla del giuoco del calcio e non sanno nulla dei calciatori – secondo cui dopo ogni incontro di calcio si finisce tutti quanti a bere più che si può nella taverna più vicina. E’ facile trovare i calciatori nei pubs, - scrive ancora Hunter - specialmente perché è usuale cambiarsi in qualche luogo conveniente; ma nego che i footballers in queste occasioni superino certi limiti. Anzi, al contrario, essi sono piuttosto moderati sia nel bere, sia nel fumare, altrimenti non li si potrebbe vedere giocare a lungo”.
E sempre alla birra dobbiamo un particolare ringraziamento se uno dei più forti clubs d’Inghilterra e del mondo ha superato i problemi che ha avuto nei primi anni di vita: nel 1902 il Newton Heath era indebitato per oltre duemila e seicento sterline e rischiava di essere messo in liquidazione. All’incontro tra i soci, Harry Stafford annunciò che un birraio di Manchester, John Henry Davies, era disposto ad accollarsi i debiti del club. La Football League approvò il piano e il Newton Heath cambiò nome. In Manchester United.
Pub, birra e calcio hanno segnato, nel bene e nel male, la vita di tanti clubs inglesi.
L’Aston Villa, ad esempio, provò a convincere in tutti i modi, i propri giocatori a non bere alcol. William McGregor, uno dei membri del management del club di Birmingham, era un astemio convinto che si batteva in tutti i modi contro i danni prodotti dall’alcol: Peter Lupson nel suo libro Thank God for Football ricorda come il problema dell’alcol fosse particolarmente sentito dal management che cercò di cambiare le abitudini dei propri giocatori. “McGregor - scrive Lupson - decise di prendere in affitto una stanza al coffee house in Aston High Street per costringere i calciatori dell’Aston Villa a frequentare delle riunioni e spettacoli musicali tutti i lunedì della stagione”. E comunque, nonostante ciò, McGregor fu costretto a spendere ingenti somme di danaro per aiutare Jack Reynolds e Jimmy Crabtree, due forti bevitori che, nonostante il loro vizio contribuirono a far vincere la Football League al Villa nella stagione 1895-96.
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