Arnold Hills era un attivo membro della Temperance Society.
Quando fondò i Thames Ironworks nel 1895 pretese che i calciatori fossero astemi e non fumatori. Alla fine decise di mettere un’ammenda per chi fosse trovato a bere. Quando cominciò a diventare difficile convincere gli operai della Thames Iron Works, officina navale londinese, a giocare per il team degli Irons, specialmente per la paura di farsi male e di dover rinunciare al lavoro causa infortuni, una commissione del club decise di assicurare gli operai giocatori in caso di infortunio in campo, come se fosse accaduto sul lavoro. Con una importante clausola: il giocatore infortunato sarebbe dovuto rimanere in casa dalle otto di sera e per l’intera nottata in modo da evitare che andasse a spendere il proprio tempo nella local public house. Quando nel settembre del 1900 Arnold Hills cambiò il nome della squadra in West Ham United, propose alcuni cambiamenti tra i quali quello di avere una squadra di completi astemi. Come risultato ottenne quello di far soprannominare la sua squadra “The Teetotallers”, gli Astemi.
Molti calciatori divennero proprietari di pub quando appesero gli scarpini al chiodo a testimonianza di quanto fossero legati i due mondi e, forse, di quanto ci avesse visto lungo il Vicario di Leeds.
William “Fatty” Foulke, ex portiere dello Sheffield United fu gestore del pub The Duke a Sheffield. Quando smise di difendere la porta della sua squadra era arrivato a pesare oltre centocinquanta chili. Jimmy Crabtree quando nel 1904 si ritirò dal football, divenne titolare di una licenza per la vendita di alcolici e aprì il Royal Victoria Cross di Birmingham. Crabtree che aveva seri problemi di alcolismo, morì quattro anni più tardi all’età di trentasei anni. Il nazionale scozzese Hughie Gallacher, attaccante di razza di Newcastle e Chelsea, fu un altro straordinario calciatore con grandi problemi di alcolismo. Durante una partita fu accusato di essere ubriaco: si difese dicendo di aver usato un colluttorio fatto in casa con acqua e whisky. Vittima dell’abuso di alcol si ritirò dalle scene. Il 12 giugno 1957 sarebbe dovuto apparire di fronte alla corte del magistrato di Gateshead per rispondere dell’accusa di maltrattamento nei confronti della sua figlia quattordicenne. Gallacher non raggiunse mai quella corte perché il giorno precedente finì decapitato sotto l’espresso York-Edimburgo. Herbert Chapman, il grande manager dell’Arsenal fece il possibile durante la sua carriera per impedire ai suoi calciatori di dedicarsi al vizio del fumo e dell’alcol. Nell’ottobre del 1927 Chapman portò ai Gunners il diciannovenne Eddie Hapgood, di professione milkman. Nella sua biografia Hapgood ricorda il primo incontro con il grande manager e la sorpresa che ebbe quando prima di essere invitato a firmare per il club di Londra nord fu interrogato da Chapman sulle sue abitudini relativamente a fumo e alcolici. “Per fortuna non avevo mai bevuto, nella mia vita, se non durante qualche brindisi in occasioni particolari”, scrisse Hapgood nella sua autobiografia intitolata Football Ambassador.
Oggi, in Inghilterra, il pub non è più il luogo in cui i calciatori si cambiano prima delle partite e poi festeggiano le proprie vittorie assieme ai tifosi. A parte la crisi economica che ha investito i pubs inglesi, il calcio è cambiato, i calciatori pure.
Non parliamo dell’Italia. Negli anni Settanta, per me che scrivo, era facile incontrare i giocatori della Lazio che festeggiavano le vittorie dello Scudetto di Maestrelli, di Re Cecconi e di Chinaglia dai Fratelli Ovidi a Porta Latina. Non c’erano i pubs, c’erano le trattorie e le osterie. Versioni locali un po’ differenti, ma figlie di uno stesso spirito. Oggi al posto di quella bella trattoria che per l’ultima volta fu imbandita a festa quando la Lazio vinse il suo secondo scudetto c’è un anonimo negozio di cucine. Ma nell’Anno Santo Duemila i calciatori della Lazio non venivano certo a festeggiare in luoghi così poco cool.
Chi ama il calcio vecchio stile, chi ancora ricorda a memoria le formazioni di squadre come il Lanerossi Vicenza o la Spal degli anni passati e le ripete spesso, per paura di dimenticarle, però, a Roma sa dove andare. Al Colosseo c’è un pub. Un vecchio pub romano in cui tutti i giovedì si gioca a Subbuteo, si vendono e si comprano squadre e accessori, si scambiano figurine di calciatori e si parla di football memorabilia. Lo Shamrock Irish Pub su iniziativa di Action Now – Play old style vuole ricordare lo stretto legame che esiste non solo tra calcio e pub, ma anche tra calcio e Subbuteo. E quindi tra Subbuteo e pub.
Se per Mark Adolph, suo padre Peter inventò the world's greatest football game, per me, per giocare a Subbuteo, non potrebbe esserci luogo più indicato di un pub storico come quello in cui giochiamo tutti i giovedì. Basta portare una squadra, magari ricordare a memoria una vecchia formazione e il divertimento è garantito.
Il tè dovrebbe esserci, la birra c’è di sicuro. Insieme al Barnet Football Club con il quale gioco io.
1 - 2
|