IL
CAMPIONATO SI FERMA, IL CAMPIONATO RIPARTE
Per fare ordine nel mondo del calcio, purtroppo c'è servito
il morto.
O almeno la tragica morte dell'ispettore sembrava che a questo potesse
servire.
È quello che abbiamo sperato tutti.
Ci si ferma, si ragiona. Si riparte. Bene, bravi. Magari niente
bis.
Ma bisogna pure vedere su cosa si ragiona, come si ragiona e dove
si è diretti quando si riparte.
E non sembra che ci sia grande chiarezza.
Si invocano modelli stranieri, che siano inglesi o tedeschi, si
insiste sulle pene da infliggere ai delinquenti, si parla di sicurezza,
di leggi speciali, c'è chi ha chiesto la pena di morte per
i teppisti, ritenuti nemici dell'ordine costituito alla stregua
di terroristi.
Parlano tutti. Tutti hanno un'idea, un progetto, una soluzione.
Politici, giornalisti, allenatori, tele e radiocronisti, attori,
attrici, soubrette, soubrettine, opinionisti, venditori di elisir
d'amore e di lunga vita.
Dubito che questi signori siano mai entrati in uno stadio. Anzi,
in una curva.
Perché allo stadio, questi signori ci sono sicuramente andati.
Qualcuno ci lavora – i giornalisti, gli allenatori –
qualcuno ci fa passerella e/o campagna elettorale – veline,
stelline, politici – qualcuno ci fa gli affari.
Come quelli che si preparano per il Grande Evento di Euro 2012.
Il grande Evento, il piatto-ricco-mi-ci ficco, che non può
sfuggire di mano a chi allo stadio va per piacere ma che non ha
nessun piacere nel seguire con trepidazione una partita di calcio.
Euro 2012 un gran giro di affari imperdibili.
Mi piacerebbe "interrogare" i grandi appassionati frequentatori
delle tribune vip per chiedere cosa conoscono della partita che
si disputa sul campo, cosa sanno della tradizione calcistica delle
squadre che si affrontano, cosa sanno di vittorie e di sconfitte,
di lacrime e di gioia. Di colori della maglia e di bandiere. Non
sanno niente. Non gli importa niente.
Il calcio è prigioniero del mondo degli affari. Prigioniero
per davvero.
Del mondo degli affari e di quei signori che hanno visto nel calcio
un grande business, un aumento del capitale, un'occasione di arricchirsi
e di accrescere le proprie relazioni per la scalata sociale.
Quei signori che stranamente fino all'età matura in cui si
contano più i soldi che le amicizie o le buone azioni –
perché le buone azioni tutt'al più le fanno i boy
scout – nello stadio non erano mai entrati. Perché
lo stadio è fatto di amore, di passione, di grinta.
Non è vero che è fatto solamente di delinquenti e
di teppisti para-terroristi.
La curva di uno stadio non è solamente il luogo in cui il
malessere sociale trova terreno fertile. Droga, violenza, mafia.
È un luogo fatto di tanti imbecilli e di tanti delinquenti,
ma anche di tanta gente normale, di bambini, di papà e di
nonni che vanno assieme (ma i tanti commentatori che parlano di
famiglie allo stadio, lamentandone l'assenza come fossero un disco
rotto, perché non si fanno una passeggiata fuori agli stadi
per vedere quanti papà portano i loro piccoli che, col sorriso
felice di chi va in estasi tengono alte le loro bandiere, più
alte di loro), di trentenni che ancora comprano le figurine Panini
e parlano di calciatori come fossero innamorati di loro o come fossero
eroi.
Come fossero. Perché non lo sono. Perché anche loro
– con il silenzio di questi giorni – sono come quei
signori che pensano solo agli affari. Perché i calciatori
hanno perso il piacere di giocare per una maglia, perché
ormai sono tutti professionisti e chi più li paga più
li può avere alla propria corte.
E a tutti questi fenomeni da baraccone, politici, presidenti, amministratori,
calciatori e chi più ne ha, come si dice, più ne metta,
guai a toccare il loro circo barnum.
Il poliziotto che non c'è più è una pietra
d'inciampo per loro, un evento sì calcolato da principio
(quanta verità, almeno per una volta nelle tristi parole
di Matarrese), ma pur sempre un problema. Un uomo delle Forze dell’Ordine
non è un tifoso accaldato che urla frasi ingiuriose.
È un rappresentante dello Stato. Quello Stato che sul calcio
fa gran conto, che gestisce scommesse, che divide diritti televisivi
e che al calcio non sa rinunciare. Non per passione, ma per convenienza.
E allora i delinquenti non vanno presi ed educati, no. Non c'è
tempo per educare i giovani. Meglio fare leggi speciali in fretta
e furia.
Non perché la Giustizia debba prevalere sull'ingiustizia;
non perché sia necessario risolvere i disagi sociali che
portano i giovani a fare banda e a non essere inquadrati; non perché
la Legge del Far West è roba da Tex Willer e non da società
civile. Non perché lo Stato possa tutelare i propri cittadini.
Questo è quello che speriamo tutti. Ma non è così.
O almeno non sembra.
La tragedia capitata a Catania non serve a puntare l'attenzione
sul problema dei giovani che vivono in condizioni difficili, senza
esempi, senza etica, senza niente.
No, serve a fare dibattiti, trasmissioni televisive e serve a rimodernare
gli stadi.
A spendere altri soldi e a controllare che nessuno possa creare
interferenze di alcun genere nel grande business del pallone.
Perché lo stadio che non è a norma e i disordini allo
stadio, sempre tollerati in precedenza e considerati una valvola
di sfogo che altrove sarebbero di più difficile contenimento,
non fanno fare bella figura allo Stato e non portano né consensi
politici né soldi.
Non producono più nulla per quei signori. A meno che non
si riesca a convincere il tifoso a guardare le partite in tv, come
tutti vorrebbero, cosa che i tifosi non faranno mai.
E i signori di cui sopra, lo sanno bene.
Quindi niente partite a porte chiuse, niente stop per un anno di
riflessione; si deve continuare a giocare.
Ma allora che li chiudano gli stadi. Che li chiudano davvero. Che
lo Stato intervenga. Lo Stato quello vero.
Avevamo sperato tutti che il calcio dopo lo scandalo più
recente potesse cambiare.
Non è così. Un poliziotto è morto, una famiglia
lo piange. Qualcuno si è macchiato di un assassinio.
Chiudiamoli gli stadi, ma non per impedire ai tifosi veri di andare
alle partite. Chiudiamoli perché siamo stufi di truffe, pasticci,
intrecci e soprattutto siamo stanchi di vedere allestite vetrine
per delinquenti, affaristi e imbroglioni.
Gli innamorati di calcio, quelli "football crazy", quelli
che ripassano a memoria le formazioni di trent’anni fa per
paura di dimenticarle, già hanno lasciato questo calcio.
Se ancora vanno allo stadio è solo perché la domenica
non si può non andare a Messa e alla partita di pallone. |