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Manifesto
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Gigi MeroniE SE IL CALCIO RICOMINCIASSE DA GIGI MERONI?
(intervista a Fabrizio Ghilardi di Giovanni Tarantino)
Dal Secolo d'Italia di venerdì 5 ottobre 2007

Dopo i fatti di Catania dello scorso 2 Febbraio era sembrato che la linea repressiva attuata dal Governo avrebbe arginato i violenti e riconsegnato la serenità al mondo del calcio. Non è stato così. A otto mesi circa di distanza da quegli eventi possiamo riscontrare nuovi episodi di violenza fuori dagli stadi in concomitanza di partite di calcio: incidenti in occasione del derby di Genova Sampdoria-Genoa, 66 laziali arrestati la settimana scorsa, 2 interisti accoltellati sabato, nei pressi dello Stadio Olimpico, prima dell’incontro Roma-Inter e, infine, altri 30 fermati domenica per gli incidenti avvenuti fuori dallo Stadio Olimpico di Torino, in occasione del derby della Mole Torino-Juventus.
In tutto questo contesto emerge uno scenario che pare a dir poco dispersivo e sfuggente sul piano valoriale: dirigenti che corrompono arbitri, magistrati che sconvolgono le classifiche, calciatori che cambiano casacca in virtù degli interessi economici, senza conferire alcun valore al club che rappresentano, guerre tra i club stessi per i diritti televisivi, che da qualche anno sembrano per i presidenti delle squadre di calcio l’unica attrattiva che li lega a questo sport. O meglio, a quello che rimane di uno sport. A un appassionato di calcio oggi viene sempre più da chiedersi se quello a cui stiamo assistendo è ancora calcio. Oppure è diventato qualcosa d'altro.
Ne abbiamo parlato con Fabrizio Ghilardi, fondatore di Action Now, un’associazione no profit che agisce col patrocinio dell’Unione Europea, che ha realizzato un “manifesto per un "altro" Calcio ”, distribuito due giornate calcistiche fa in diversi stadi d’Italia e orientato al recupero degli autentici valori nello sport, contro le derive del calcio scommesse, delle intercettazioni telefoniche, degli arbitri e dei dirigenti corrotti, e, soprattutto dei troppi soldi che hanno plastificata e resa finta la natura stessa del calcio. "Action Now - ci dice Ghilardi - è un laboratorio d’utopie, un vero e proprio intento di rileggere il passato in funzione del nuovo, non in senso nostalgico, ma ricercando gli elementi che nel presente devono essere valorizzati anche nel mondo del calcio. Perché così com’è il calcio proprio non ci piace".
Ma quali sono i limiti che riscontrate nel presente e nel “calcio moderno”?
Sicuramente –prosegue Ghilardi- c’è di fondo una mancanza di gusto e di stile. E di educazione, se vogliamo… il calcio moderno appare figlio di un pensiero debole, delle logiche di profitto, in cui si va alla ricerca solo di ciò che emerge, e così il calcio diventa solo ciò che viene fatto vedere. Prendiamo ad esempio spunto dalle cronache recenti. Non credo che in Italia il problema più grave del calcio sia rappresentato dalla violenza e dagli ultras. Mi sembra sia un po’ una caccia alle streghe che serve a distogliere l’attenzione e le risorse da altri problemi più gravi. In Italia spesso conta cosa viene messo sotto la lente d’ingrandimento. Ora tocca alla questione ultras. Ma mi sembra che la violenza e la sicurezza riguardino la nostra società in genere, non solo dentro gli stadi o nelle loro adiacenze.
Quindi alla base ci sarebbe un problema comunicativo, il solito problema del risalto mediatico dato a certi episodi o a certi fenomeni che ne amplifica l’entità. Una sorta di contagio del quale il calcio stesso sarebbe rimasto vittima. Oppure, in qualche modo, ci troviamo dinnanzi ad un riflesso che coinvolge il calcio quanto la società stessa?
Assolutamente si: il calcio moderno è specchio del mondo moderno purtroppo anche nei suoi disvalori. E’ un mondo non sereno attualmente, venuto alle cronache per le telefonate di qualche dirigente e per la totale assenza di fair play. Tale e quale al mondo corrotto e immorale che sta fuori dal calcio. Calciatori che seguiamo in tv in risse che farebbero impallidire i temutissimi ultras nostrani, che parlano una improbabile lingua italiana, che frequentano locali notturni fino allo sfinimento infischiandosene del rigore atletico e degli allenamenti, e alcuni trovati anche positivi ai controlli antidoping… La questione della poca educazione nel calcio è comunque antica: veniva fatta rilevare già nell’agosto 1924 da Matilde Serao, direttore de “ Il Giorno di Napoli”, quando questa sosteneva che il calcio portasse all’atrofia del cervello. Ma il mese successivo Gigi Fenoglietto, dalle colonne del periodico Hurrà Juventus rispondeva alla Serao: “Vi indignate perché la nostra gioventù dedica tempo ed intelligenza a calciare un pallone… e mostrate di credere che questa gioventù, se non si dedicasse agli sports, coltiverebbe il giardino delle Muse, o discuterebbe di filosofia. Vi illudete, credetelo, vi illudete…”.
E intanto esistono modelli positivi ai quali non viene dato il giusto risalto: quello del Torquay United, per esempio, squadra della Quarta categoria inglese, che ha abolito per decisione del suo presidente Chris Roberts ogni forma di simulazione in perfetta sintonia con una vera idea di Fair play. Oppure si potrebbe citare il Leicester City, squadra che ha riscoperto un modo di allenarsi davvero singolare: prendendo spunto da quanto accadeva nei noviziati gesuiti del Cinquecento, i giocatori venivano messi alla prova per vedere se lo spirito di obbedienza e di appartenenza alla squadra era più forte dell’amor proprio addirittura pulendo i bagni dello stadio.
Si, esempi di questo tipo, per fortuna, ce ne sono. La questione di fondo però è che le società, investendo sempre di meno sui settori giovanili, non tendono a formare uomini. Un tempo le squadre producevano atleti e uomini. Ad esempio, abbiamo citato il periodico Hurrà Juventus. Bene, questo giornale è stato creato nel 1915 per collegare i soci della Juventus che si trovavano nelle trincee. C’era sempre un messaggio valoriale alla base. E non dimentichiamo che il Leicester City poche settimane fa ha concesso un gol di vantaggio al Nottingham Forest proprio all’inizio della partita perché si giocava la ripetizione di un match che era stato sospeso sul risultato di 1-0 per i rossi di Nottingham. Questi sono segnali importanti. Andrebbero più considerati anche dai media.
Alcune società però sembrano volere intervenire in questo senso: l’Inter, per esempio, tramite gli Inter Campus è presente in Libano, nei paesi dell’ex Jugoslavia, in diversi paesi africani e del Terzo Mondo; la Juventus qualche anno fa realizzò una raccolta di fondi per aiutare l’Ospedale Gaslini di Torino.
L’Inter è una sintesi della globalizzazione del calcio moderno. Schierare undici giocatori non italiani non è il massimo. Comunque stiamo parlando di società i cui presidenti e le dirigenze gestiscono milioni e milioni per cui, in un certo senso è normale che agiscano così, dando il buon esempio. Altro è che iniziative del genere vengano prese dall’ Associazione ex calciatori granata, con cui Action Now collabora, un’associazione fondata da ex calciatori del Torino per aiutare i più sfortunati e che ha fatto una raccolta di soldi per l’Ospedale dei bambini di Torino. Ma, forse, tutto ciò è frutto di una mentalità diversa rispetto a quella dei calciatori di oggi. Pensare che lo scorso anno, in occasione della Festa per il Centenario del Torino, Claudio Garella, portiere negli anni ’80 di Verona e Napoli, sentì il bisogno di intervenire alla festa pur avendo giocato nel Torino solo pochi minuti quando sostituì l’infortunato Castellini. In questi gesti si percepiscono degli stimoli del tutto diversi da operazioni di puro business come la festa celebrata quest’estate per gli ottant’anni della Roma.
Ma Action Now quali risposte propone di fronte ad un calcio sempre meno sport e sempre più business?
nnanzi tutto oltre alla collaborazione con l’Associazione ex calciatori granata, stiamo cercando di realizzare esperimenti simili con altre società, per la salvaguardia del patrimonio culturale del calcio. Poi, con il patrocinio dell’Unione Europea, abbiamo realizzato una mostra itinerante, intitolata “Flick about”, incentrata sul Subbuteo, eletto come simbolo immaginario del Fair play, abbiamo realizzato un catalogo con fotografie dell’artista svedese Charlotta Smeds. Stiamo lavorando ad un gemellaggio tra ex calciatori del Torino e del Manchester United, due squadre accomunate da due tragedie aeree, quelle del ’49 e del ’58. E infine lavoriamo al recupero di memorabilia, come ad esempio i “football programmes” britannici.
Per concludere: tra lo spettatore seduto e amorfo che spesso le istituzioni citano ad esempio seguendo il cosiddetto modello inglese, e la degenerazione del teppismo violento, secondo Action Now c’è la possibilità di un’alternativa e di una terza via?
Attenzione: chi va allo stadio per fare a sprangate lo fa a prescindere dalla partita. C’è una bella differenza tra ribelle e malavitoso, le due cose non coincidono mai: il malavitoso si conforma ad un clichè imposto, appunto, da chi decide cosa fare vedere attraverso i media.
Posso dire che a noi piacerebbe un modello di tifoso più legato alle radici, al vero calcio, magari al Subbuteo e alle figurine Panini, che impara le formazioni a memoria per non dimenticarle. Un tifoso al quale, come calciatori, corrisponderebbero personaggi del calibro di George Best, Gigi Meroni o Luciano Re Cecconi. Eroi d’altri tempi, appunto.
figura1 Subbuteo    
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