LIBERTA' CIVILE O SICUREZZA?
Libertà civile o sicurezza?
Kriminal, Macchia Nera, Paperinik e Superciuk si confrontano in
un dibattito al di là del bene e del male.
Ci incontriamo di notte. Per ragioni di sicurezza. La loro.
Il primo ad arrivare è Macchia Nera, elegante nella sua lunga
tunica, come sempre sfuggente e tenebroso. Mi appare all’improvviso.
Nel buio non sempre è facile scorgere chi si nasconde. Per
fortuna stasera i lampioni sono accesi. Non è nemmeno sicuro
che funzionino sempre qui a Roma. Poi, improvvisamente si palesano
anche gli altri convenuti.
Paperinik, Kriminal e Superciuk. Silenziosi, invisibili. Soltanto
di Superciuk si avverte l’arrivo. Un misto di barbera di pessima
qualità e di pomodori cipollati annuncia il suo sopraggiungere.
Ma solo perché ne sono a conoscenza. Altrimenti avrei pensato
che qualche bottega di kebab avesse tirato fino a tardi e fosse
responsabile della zaffata che mi ha tolto il respiro. Respiro affannoso
e preoccupato, certo. Mai fidarsi dei personaggi con i quali ho
appuntamento.
L’invito era stato esteso anche ad altri ‘eroi’
mascherati. Ad essere sinceri in redazione non pensavamo che qualcuno
avesse risposto alla nostra proposta. Invece la risposta c’è
stata. Soltanto all’ultimo la Banda Bassotti ha dovuto rinunciare
ad intervenire per motivi facilmente comprensibili. Diabolik, alle
prese con una lite familiare, aveva declinato l’invito già
da giorni.
I saluti sono molto frettolosi. L’unico che si mostra espansivo
è un po’ alticcio; forse per questo cerca di familiarizzare
molto con Kriminal, mostrandosi molto attratto dalla sua maschera
da scheletro.
Introduco il dibattito senza tanti preamboli.
Siamo qui per affrontare un tema delicato. Quello dei personaggi
mascherati. Sono tanti, ringrazio voi che avete avuto piacere di
intervenire. Chi si maschera perché lo fa? Vuole sempre sfuggire
all’identificazione perché ha intenti contra legem?
Il primo a intervenire è Paperinik. Come sempre si mostra
sicuro di se.
Non direi. Prendi il mio caso. Nasco come tenebroso vendicatore
mascherato nel 1969 da un’idea di Elisa Penna, allora capo
redattore di Topolino. Anche lei, come le sorelle Giussani che creano
Diabolik, al quale sono ispirato, sogna un personaggio diverso.
Sono un misto di eroe ‘noir’ tipo Rocambole, Arséne
Lupin, Fantomas e Dorellik, una versione ‘leggera’ e
televisiva prima, cinematografica, poi, del Re del Terrore. E rappresento
uno di quei cambiamenti che hanno gettato le basi della politica
del ‘correct’. Da tipico eroe negativo della letteratura
francese da feuilleton, mi sono ritrovato a servizio della legge.
E rimango mascherato. E, almeno di questo, sono felice. Il mio sceneggiatore,
Guido Martina, mi aveva immaginato come l’inafferrabile ladro
gentiluomo Fantomius del quale scopro i segreti e trovo il costume.
Insomma è intorno ai primi anni Ottanta che mi trasformano
e, per così dire, impongono al mio personaggio delle sfumature
e dei tratti da giustiziere mascherato, un po’ alla Batman.
A dire, il vero, questa trasformazione oltre a snaturare il personaggio
lo rende più noioso. Perché?
Perché sebbene il crimine non paghi, l’imprevedibilità
rende più interessanti.
Essere idolo dei paperopolesi può far piacere, ma avrei preferito
rimanere confinato in quel genere letterario in cui il bene e il
male sono elementi meno definiti. Più che eroe Disney mi
sentivo personaggio tipo Mike Hammer di Mickey Spillane, o Philip
Marlowe, l’investigatore privato di Raymond Chandler. Insomma
se devo stare dalla parte del bene, voglio farlo a modo mio.
Macchia Nera e Kriminal, intanto parlano tra loro sottovoce. Cerco
di richiamare la loro attenzione sul fatto che tutti conoscono la
loro identità e nonostante ciò loro continuano a portare
una maschera. Peraltro così facilmente riconoscibile.
Non dipende da me – esordisce Macchia Nera – ma mi fa
piacere. Peraltro sono anche molto fiero del mio reale aspetto.
Con i capelli impomatati, la scriminatura in mezzo e i baffetti
sottili assomiglio all’attore americano Adolphe Menjou, famoso
negli anni Venti – Trenta per aver interpretato personaggi
eleganti ma un po' mascalzoni. E poi una seppur vaga somiglianza
con Walt Disney mi inorgoglisce. Creato dall’indimenticabile
Floyd Gottfredson sulla fine degli Trenta, mi piace mantenere l’eleganza
e il buon gusto che ai nostri giorni sono merce rara.
E molto del mio aspetto e delle mie avvincenti avventure contro
Topolino lo devo agli sceneggiatori e ai disegnatori italiani. Come
non ringraziare Guido Martina e Romano Scarpa. Se non fosse per
loro, avrei un’aria molto meno fedele all’originale,
per via dei racconti che negli anni Sessanta, negli Stati Uniti,
ha scritto su di me Paul Murry rendendomi più soft.
Il mio costume, però, come dicevo, mi piace e ritengo che
sia giusto che un criminale abbia una propria linea, un proprio
stile che devono contraddistinguerlo quando è in azione,
nonostante la sua identità sia ben nota. La mia tunica deve
spaventare, deve annunciare un’azione criminale. E nel buio
della notte deve proteggere.
Parliamo di sicurezza e libertà civile. È giusto impedire
ai criminali di coprirsi il volto?
Stavolta la mia domanda è rivolta a Kriminal. Uno che di
crimine se ne intende e che quando opera si traveste da scheletro.
Innanzitutto vorrei dire che sono d’accordo con Macchia Nera.
Nonostante anche io abbia un’identità e il mio volto
sia noto (mi chiamo Anthony Logan, lo sanno tutti) sono dell’idea
che l’azione criminosa debba essere come dire, ‘annunciata’
da un abbigliamento confacente. Serve alla storia e serve al protagonista.
Prendiamo un grande ladro: John Robie, il famoso Gatto del grande
film “To catch a thief” di Alfred Hitckcock, in italiano
“Caccia al ladro”. Cary Grant, il Gatto, sebbene non
si copra il volto, nel momento in cui sfrutta la sua abilità
per effettuare i furti che lo rendono così famoso, si veste
completamente di nero. Il colore del mistero, della notte. Quindi
sono assolutamente favorevole al fatto che i malviventi indossino
una maschera. La mia disegnata da Magnus (Roberto Raviola che nel
1996 è passato a miglior vita) serve proprio a spaventare.
O almeno questo è stato dall’inizio l’intento
del mio sceneggiatore Max Bunker (Luciano Secchi), quando nel 1964
mi ha contrapposto a un altro personaggio noir del fumetto italiano,
Diabolik.
Diabolik che ha avuto un problema con Eva e non è riuscito
ad intervenire. È ancora così forte la vostra rivalità?
Non è la prima volta che Diabolik litiga con Eva –
continua Kriminal – e credo non sarà nemmeno l’ultima.
Diabolik è cambiato. Dalla scomparsa delle sorelle Giussani,
ne hai parlato anche tu in un articolo su Action Now, la linea che
ha preso Diabolik è una linea più morbida. Un po’
quella della quale ha parlato Paperinik. Più politically
correct. Comunque, a differenza di Diabolik, il mio è sempre
stato un personaggio più credibile. I colpi che ho portato
a termine non hanno richiesto marchingegni sofisticati come quelli
che lui è stato costretto a inventare. Forse è meno
credibile la mia tuta; ma sicuramente è più fumettistica.
E non dimentichiamo che nelle mie storie ci sono donne nude e scene
erotiche che sono degne di Playman di quegli anni.
Insomma mi pare di capire che c’è ancora grande rivalità.
Vi ha uniti un destino fatto di censure e di sequestri. Poi Kriminal
nel 1974 ha chiuso e Diabolik ancora è in edicola. Cosa è
successo?
Ciascuno è figlio del proprio tempo. Sono felice di averlo
rappresentato con storie bellissime e soprattutto con delle copertine
che fanno la storia del fumetto e del pop. Mi sentirei a disagio
a confrontarmi col mondo attuale. E spesso leggendo gli albi di
Diabolik rimpiango le sue vecchie storie genuine. Forse, avendo
avuto la possibilità di continuare la propria linea editoriale,
avrebbero potuto cristallizzare l’epoca in cui Diabolik ha
mosso i primi passi. Passi che tra il 1962 quando è nato
e gli anni Ottanta non erano così lunghi come quelli di oggi.
Ma Mario Gomboli, attuale responsabile di Diabolik, ha altre idee.
Insomma è ridicolo che Diabolik oggi conti in euro...
La sicurezza oggi è importante. Ma Kriminal e Macchia Nera
non rinuncerebbero alla propria maschera più che altro per
stile. Chi si maschera oggi?
Alla mia domanda Macchia Nera ha uno scatto d’orgoglio. Rivendica
il diritto alla maschera che non è maschera carnascialesca,
ma archetipo di una via altra rispetto a quella normale.
La legge 152 del 1975 ha avuto degli aggiornamenti. Rimane ovviamente
in vigore il divieto a prendere parte a pubbliche manifestazioni,
che si svolgono ‘in luogo pubblico o aperto al pubblico, facendo
uso di caschi protettivi o con il volto in tutto o in parte coperto
mediante l'impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso
il riconoscimento della persona’. Ma oggi si teme un’esplosione
del terrorismo internazionale, quindi anche un burqa è ritenuto
una maschera. Noi, però, parliamo di scelte di vita. Di malavita.
Ci mascheriamo perché vogliamo significare qualcosa. Una
delinquenza di alto livello che ha uno stile. Non è un semplice
passamontagna e un atto violento in se il nostro. Rivendichiamo
il nostro diritto alle malefatte, al di là del bene e del
male. Altrimenti dovremmo credere che siano davvero mascherati anche
i travestiti che pochi giorni fa sono stati multati a Montesilvano
in Abruzzo. La sanzione che gli è stata imposta in base all'articolo
85 del testo unico di pubblica sicurezza del 1931, mai abrogato
e che punisce "chi si maschera in pubblico alterando i connotati
essenziali del sesso e della persona fisica" non riguarda noi.
Un’ultima domanda. Le vostre azioni nascondono un livore verso
la società? Un disadattamento? Avete un’etica?
Personalmente odio i poveri – interviene Superciuk che fino
a questo momento ha ascoltato e bevuto vino – e siccome sono
povero, odio la mia povertà. La qualità della mia
vita da spazzino, le mie poche risorse economiche, mi impongono
di avere in odio la povertà. Per questo cerco di distruggerla,
togliendo ai poveri per donare ai ricchi. A modo mio partecipo delle
migliori utopie. Non che me ne intenda, ma credo che Magnus &
Bunker, ancora loro, quando mi hanno realizzato nel 1971 hanno inteso
lavorare su un piano di giustizia sociale, diciamo, livellato verso
l’alto. Non c’entra niente con slogan tipo lavorare
meno, lavorare tutti; qui si tratta di far lavorare i poveri fino
a sfinirli e creare una società di soli ricchi. Come, ancora
non lo so. Intanto rubo ai poveri, così li costringo a lavorare
di più per ripagarsi i debiti. Forse prima o poi qualche
politico si accorgerà di me e farò carriera. Comunque
credo che la mia popolarità qualcosa significhi. Tutto ha
inizio a New York negli anni Sessanta, anche se è una città
molto più simile ad una città italiana del dopoguerra.
Ci sono dei ricchissimi che brindano solo champagne e dei reietti
della società che cerco di combattere. L’unica differenza
con gli altri convenuti qui stasera è che io non rubo per
me. Sono un idealista, forse per questo motivo non sono stato ancora
notato in Italia. Continuo a rubare per una società migliore.
Amo la mia maschera e sono ancora sconvolto per quello che è
capitato lo scorso anno, nella mia stessa città, New York,
a Peter Parker, meglio conosciuto come l’Uomo ragno, il quale
ha dovuto rivelare a tutti la propria identità per via di
un Registration Act che ha obbligato tutti i supereroi a registrarsi
ad un albo.
Albeggia. Li saluto. Torneranno nei loro fumetti per raccontare
ancora una volta che il crimine non paga ma, almeno nelle loro storie,
affascina. |