SE
MATILDE SERAO AVESSE CONOSCIUTO TOTTI E COMPAGNI
Li seguiamo in tv in risse che farebbero impallidire i temutissimi
ultras nostrani e li apprezziamo nei panni di infaticabili testimonial
pubblicitari.
Parlano una improbabile lingua italiana (parliamo di quelli italiani
che spesso hanno maggiori difficoltà espositive rispetto
ai colleghi stranieri - e nelle interviste non devono certo
riassumere complicati concetti chessò teologici o filosofici),
non parliamo di quelli che passano ore a provare a dire laifisnau;
sono bambinoni che giocano solo con la playstation fino a slogarsi
i polsi; qualcuno ancora si ciuccia il dito; frequentano veline,
letterine, bustine (?) e locali notturni fino allo sfinimento (nostro);
alcuni vengono trovati positivi al doping (magari per aver usato
con la fidanzata di turno improbabili creme spermicide o shampoo
che per togliere la forfora chissà quale nandrolone utilizza - ammazza che forfora!); qualcuno usa la cocaina perché
fa molto chic e perché è difficile trovarne tracce
nelle urine e qualcun altro viene colto da paparazzi indagati che
indagano sulle altrui vite private... Alcuni vengono derubati di
preziosissimi orologi di valore (a proposito, “ciao Bobo!”),
altri si picchiano nelle discoteche di grido (e se sono di grido,
che si gridi!), insomma movimentano le loro vite fatte di tanto
lavoro e di allenamenti sfiancanti.
Sono loro, i calciatori, gli sportivi che offrono pessimo spettacolo
quando non si cimentano nel prendere a pedate un pallone, mestiere
in cui eccellono e per il quale sono strapagati.
Poveri ragazzi, che altro aggiungere!
Coccolati, viziati, i nostri eroi provano ad imitare le sregolatezze
di Best d’altri tempi.
Nell’agosto del 1924 Matilde Serao, direttore de Il Giorno
di Napoli, sulle colonne del suo giornale polemizza con il mondo
dello sport circa la pochezza degli uomini che lo rappresentano.
Ecco qualche passo significativo che sembra scritto ieri: “E
sapete voi a che conduce questa frenesia di tutti gli sports, piccoli
e grandi, nostri, stranieri, antichi e nuovi? Conduce, senz’altro,
direttamente all’atrofia del cervello (…). Nessuna coltura
più del cervello, poiché le ore e i giorni debbono
trascorrere a manovrare piedi, mani, braccia, toraci e schiene,
poiché l’allenamento di qualsiasi sport domanda lunghi
e duri sacrifizii di tempo e di esercizio (…). Pensare, riflettere,
conoscere, leggere, apprendere, ricordare, sono azioni che lo sportman
prima trascura e poi abbandona del tutto. Non ha tempo; non ha voglia;
non ne sente più necessità; la sua mente si è
intorpidita; domani, sarà atrofizzata.
Ah! Tentate, tentate di aprir discorso con uno sportman appassionato
(…) parlategli di cosa che non abbia attinenza col suo esercizio,
con la sua fatica. Egli vi apparirà stordito; egli non vi
risponderà; egli non vi avrà compreso: e vi volterà
le quadrate spalle, allontanandosi, perché lo annoiate, perché
vi trova stupido… Così, naturalmente, il furore dello
sport conduce direttamente all’ignoranza più pesante:
poiché il frenetico di uno sport (…) non apre più
un libro, perché non ne ha il tempo, non apre più
un giornale, salvo qualcuno che dedichi allo sport dieci colonne,
non va mai a teatro, perché si secca (…) non è
attratto da nessuno spettacolo, non sa nulla di nulla di quello
che accade nel mondo, oltre gli sports…Dopo di che, questo
delirante esercizio della forza fisica, dell’abilità
fisica, sapete voi a che conduce l’uomo? Direttamente alla
brutalità…”.
Alla Serao, il mese successivo, risponde Gigi Fenoglietto sulle
colonne del periodico Hurrà Juventus: “Avete torto,
Donna Matilde… Voi parlate dello Sport come gli antichi geografi
parlavano delle terre ignote (…) non ne rilevate che i difetti,
le apparenze talvolta ruvide, le esagerazioni, senza capirne i vantaggi
immensi; la vostra insomma non è critica, ma denigrazione.
Vi indignate perché la nostra gioventù dedica tempo
ed intelligenza a calciare un pallone, a scivolare sulle bianche
distese delle nevi, a contendere alle aquile l’impero delle
vette, a pattinare, marciare, saltare, nuotare, pedalare, lottare
ecc. e mostrate di credere che questa gioventù, se non si
dedicasse agli Sports, coltiverebbe il giardino delle Muse o discuterebbe
di Filosofia. Vi illudete, credetelo, vi illudete: si darebbe invece
ad altre occupazioni men salutari e belle (…) i fannulloni,
gli ottusi, restano tali anche se costretti ad abbandonare gli esercizi
sportivi, tutt’al più lasceranno la racchetta pei tarocchi,
il remo per la stecca, le verdi pelouses pel tappeto verde e riverseranno
sui divi dello schermo e sulle dive del Varieté l’ammirazione
che prima riserbavano pei Campioni e per Campionesse…
Quanta verità nelle parole dello juventino. Ma anche quanta
verità nelle parole della Serao.
Se è vero che lo sport dovrebbe produrre campioni in grado
di offrire un esempio per i più giovani, proprio come auspica
Fenoglietto, però, quanto i nostri campioni sono più
vicini a quelli descritti dall’impietosa Serao?
Allora più sport per i nostri sportivi, meno ribalte televisive,
meno vizietti e un monito: siate d’esempio! |