IN ITALIA STA DILAGANDO UNA NUOVA MODA
Parlare a sproposito di calcio.
Ma attenzione: non più quel calcio parlato con asineria suprema
per la quale ogni impiegato, barista, avvocato o qualsivoglia altra
figura professionale, una volta smessi gli abiti con i quali si
esprime al lavoro, nasconde un commissario tecnico, un esperto di
tattiche, fuorigiochi, ripartenze e diagonali.
No, anche questo tuttologo, tipo Biscardi vecchia maniera, oggi
è superato.
Il calcio del quale oggi è di moda straparlare è il
calcio vissuto sugli spalti. Il calcio fatto di appassionati che
seguono “the beautiful game” anche quando la propria
squadra non litiga per i diritti televisivi e campicchia visitando
e calpestando campetti di infime serie.
Se poi a questa figura di uomo ‘football-crazy’, figura
ormai in controtendenza socio-culturale – eh sì perché
ormai è up-to-date seguire il rugby che fa molto più
liberal e/o radical chic – si appiccica qualche parolina magica
tipo ‘ultras’, teppista, scontro, ululato ecc., ecco
che addirittura ci sta tutto un pezzo da prima pagina, bello e fatto.
E se magari non è proprio da prima pagina, pazienza. Qualche
giornale troverà spazio nelle pagine della cultura, spazi
ormai garantiti a mondanità vacue e notti bianche con cui
satollare le frenesie di nottambuli consumatori di qualsiasi panzana
mediatico-social-culturale.
Ecco allora che in un Paese in cui tutti sono esperti di tutto,
in cui giganteggiano gli opinionisti e i giornalisti, i veri esperti
di ogni campo dello scibile umano, emergono fantasie morbose riguardo
a ogni tipo di aggregazione umana che segue una partita di pallone.
Insomma, a farla breve, si è creato un paradigma assolutamente
fuorviante: i tifosi di calcio, specialmente quelli delle curve,
sono dei mostri feroci pronti a ogni tipo di scontro e blablabla.
Persino dei presunti brigatisti rossi sono caduti nel qualunquismo
banal-borghese quando, beccati in recenti intercettazioni telefoniche,
si sono riferiti agli stadi parlando di luoghi privilegiati nei
quali operare proselitismo, dato il disagio sociale da cui partono
le lotte e ancora blablabla.
Qualcuno, poi, molto di recente sulle pagine de La Stampa ha addirittura
fatto uno ‘scoop’ scoprendo fitte trame delinquenziali
di carattere europeo e appuntamenti fatti di bicchierate e scazzottate
un po’ in giro per il vecchio continente, il tutto per evitare
di essere schedati in patria e tante altre ovvietà che viene
il mal di pancia a leggerle.
Ma siamo seri. Chi scrive, da sempre segue partite di ogni categoria
in ogni paese europeo che riesce a visitare. E senza il bisogno
di mostrare né muscoli (non sarebbe uno spettacolo) né
grinta; senza darsi appuntamenti clandestini per picchiare nessuno
e senza tante altre falsità che riempiono la bocca di chi
pensa che andare allo stadio sia come entrare nella gabbia dei leoni
in un circo di periferia.
Il mondo del calcio, in verità, è ridotto piuttosto
male. Dilaniato da interessi economici, da diritti televisivi e
altre insulse modernità. Dobbiamo sopportare presidenti saccenti,
moralizzatori, collusi, falsi e tanto altro. Dobbiamo sopportare
calendari in cui per esigenze televisive si gioca ogni giorno. Dobbiamo
sopportare calciatori che a forza di frequentare le veline, si vestono
come loro e si comportano come loro. Dobbiamo sopportare stadi a
norma in cui quello che conta non è la sicurezza dei tifosi,
ma la scenicità degli eventi. Dobbiamo sopportare un infernale
chiacchiericcio infantile e ipocrita fatto di infiniti ‘te-l’avevo-detto’
ogni qual volta le cose finiscono male.
Questo è il male del calcio.
Non permettiamo a nessuno che, per salvare le baracconate miliardarie,
si sposti l’attenzione dai veri problemi e si indichino quali
responsabili del fallimento della società quattro fanatici
che pensano che con la violenza negli stadi si possa diventare ‘qualcuno’.
Allora, almeno noi che non cadiamo nel qualunquismo prefabbricato,
sottraiamoci al coro di voci stonate che parla a vanvera di hooligans,
trasferte, calci, pugni e tricchettracche.
Allo stadio si va a sostenere la propria squadra o semplicemente
per passione.
A vedere una partita di calcio.
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