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Manifesto
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FILM - ONE HOUR PHOTO

La storia che racconta lo fa sembrare un film girato tanti anni fa: un laboratorio fotografico, pellicole da sviluppare in un’ora, un bravo tecnico e una bella famigliola americana tutta casa, lavoro, supermercati e fast food.
“One hour photo”, invece, è un capolavoro della cinematografia statunitense piuttosto recente.
Uscito nel 2002, ha un sapore un po’ antico fatto di album fotografici e fotografie a colori stampate ancora nel laboratorio, quando le macchinette fotografiche non erano digitali e le foto venivano stampate da specialisti e non dalle stampanti che abbiamo in casa.
A metà tra un drammatico e un thriller, "One hour photo" riesce a essere emotivamente toccante e a regalarci anche una discreta dose di suspense.
Seymour 'Sy' Parrish interpretato da uno straordinario Robin Williams, non ha una famiglia e ne vorrebbe tanto una, non ha amici pur essendo di carattere molto amabile.
È una persona splendida ma sola e con una personalità non ben definita.
Impulsivo e vendicativo nutre un'ossessione nei confronti di una sua cliente, Nina Yorkin, la danese Connie Nielsen. Bella e molto brava nei panni di madre e moglie fedele.
Sy è un fotografo molto bravo nel suo lavoro. Ma è al tempo stesso una persona emotivamente fragile: il suo sogno sarebbe quello di avere una famiglia, vorrebbe essere "lo zio Sy" e stare sempre vicino alla famiglia di Nina.
La sua ossessione diventa sempre più forte ed è sempre più difficile non notarla, sotto forma di eccessive attenzioni e gentilezze.
Presto, però, Sy scoprirà che la vita non è così semplice e sorridente come appare nelle fotografie.
Il cuore del film è proprio nelle fotografie, i veri personaggi principali.
La vita stessa viene vista come una fotografia: si scattano foto solo per immortalare i momenti che si vogliono ricordare, in pieno stile glamour.
Fanno da sfondo alla fissità di una vita ‘fotogenica’, una casa da soap-opera, quella in cui vivono i coniugi Yorkin con il loro bambino e gli interni del laboratorio fotografico e del supermarket, freddi e impersonali nei quali lavora Robin Williams, luoghi per così dire neutri che rendono il film paradossale.
La vita reale si svuota di ogni significato e assume le sue sembianze solo quando si svela attraverso le immagini che impressionano la carta patinata delle foto.
Un po’ come i turisti giapponesi che si affannano a scattare foto per poi rivedere i loro viaggi attraverso di esse.
Anche il bene e il male, piuttosto i buoni e i cattivi – sì perché nel film c’è anche una morale su chi sono i buoni e chi i cattivi – si svelano lentamente e più di una volta confondono lo spettatore troppo abituato a una rigidità di giudizi.
Il film non è mai noioso, anzi per la maggior parte del tempo ci tiene incollati alla sedia.
La prima parte è sicuramente la migliore, insieme al finale inaspettato. Che non raccontiamo.
La regia di Mark Romanek è ottima; veramente eccezionale Robin Williams che da solo vale la pena del biglietto.
La caratterizzazione dei personaggi è di ottimo livello, ma è lo spessore del messaggio il vero punto di forza del film.
Emblematica a tale proposito la frase iniziale: "Si scattano fotografie nei momenti felici della propria vita. Chiunque sfogli un album fotografico ne concluderebbe che abbiamo vissuto un'esistenza felice e serena. Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare".
Un film originale che fa riflettere, ma non annoia.
Lento in alcune sequenze, ma mai pesante, anzi spesso avvincente.
Un ottimo film drammatico, quasi un capolavoro.
Un film che restituisce alla vita il suo sapore genuino, nella condanna che opera della società borghese, patinata, plastificata, falsa e meschina.
   
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