SUBBUTEO OLD STYLE VS SUBBUTEO MODERNO
Dopo averne acquistato i diritti, la Hasbro
– senza tanto riflettere – aveva dichiarato moribondo
prima, spacciato poi e infine morto il Subbuteo.
Non aveva fatto i conti con i tantissimi fans del gioco e in breve
tempo, sommersa di proteste lo aveva risuscitato. Priva, però,
di poteri celesti, lo ha risuscitato senza nessuna anima.
Basta andare sul sito della Hasbro per rendersene conto.
Se poi si volesse acquistare l’ultima serie dedicata al Subbuteo,
la scatola che si chiama “Subbuteo Dream Team Stadium”
se ne avrebbe la certezza.
Una scatola creata per formare una squadra con i giocatori dei migliori
clubs d’Europa, addirittura con le foto originali dei grandi
campioni.
Una mostruosità. Invece di undici giocatori anonimi con la
stessa divisa di gioco, un numero imprecisato di giocatori tutti
diversi fotografati con le maglie delle squadre in cui giocano,
spesso solo per una stagione.
Diciamo la verità: quello che ancora vive non ha nulla del
vecchio gioco inventato da Peter Adolph, se non il marchio pubblicitario.
Il vecchio e leggendario gioco, qualsivoglia modello di squadra
o di confezione si consideri, partiva da un presupposto sacrosanto:
il tifoso appassionato di calcio poteva rivivere le emozioni di
partite incantate o poteva dar vita a sfide impossibili tra squadre
di provincia e squadroni blasonati pluridecorati in patria e fuori.
Insomma, dalle classiche partite da vecchia Coppa dei Campioni alle
sfide tutte da giocare tra Nazionali e squadrette che galleggiano
nelle serie inferiori dei campionati nazionali.
Chi scrive ha disputato partite dal risultato incerto tra, chessò,
Brasile e Pergocrema, Real Madrid e Lazio (quando la Lazio ancora
aveva calcato pochi campi in giro per l’Europa e l’anno
in cui avrebbe dovuto giocare la Coppa dei Campioni era squalificata
per gli incidenti dell’anno prima contro l’Ipswich Town),
Coventry City e Zaire, prima che diventasse Repubblica Democratica
del Congo.
La stessa maglia veniva indossata da generazioni di calciatori,
per cui la maglia numero uno della Lazio poté appartenere
in ordine sparso a Pulici, Moriggi, Garella, Cacciatori, Orsi, Nardin,
Moscatelli e via dicendo.
Campioni, meno campioni e persino brocchi, hanno giocato anonimamente
sul panno verde facendo sognare generazioni di bambini e, perché
no, di adulti.
Questo, signore e signori, era il Subbuteo, anzi è; il Subbuteo:
un volumetto con le regole (che in pochi leggevano e che spesso
erano frutto della fantasia o della suggestione collettiva), il
Sacro Catalogo con le squadre in bella vista, le squadre, nei primi
anni, quelli d’oro del Subbuteo – almeno fino agli anni
Settanta – persino dipinte a mano, e le confezioni gigantesche,
quelle che agitavano i nostro sonni di bambini, prima che arrivasse
a disturbarli la procacità di Edwige Fenech.
Poi la modernità ha minato la fantasia di chi giocava e anche
il Subbuteo ne ha risentito. Sono passati gli anni Ottanta e, per
parafrasare la canzone di Raf, qualcosa di quegli anni è
rimasto.
Ma poi sono arrivati gli eredi dei tempi postmoderni, gli anni Novanta
e i giorni nostri; e il calcio ha visto il trionfo della linea dura
annunciata dalla Thatcher (purtroppo anche gli irlandesi avevano
già visto il trionfo della stessa linea dura), i tanti cambiamenti
di costume e di gioco. Dal calcio totale olandese si era passati
al pressing di Arrigo Sacchi, dal tifo sugli spalti si era passati
alle proposte Fifa di chiudere i tetti degli stadi per migliorare
la qualità delle immagini in tv perché il sole –
quello che una volta era persino un dio – disturbava le trasmissioni.
Fino ad arrivare al divieto di andare allo stadio come si faceva
una volta.
Niente bandiere, niente striscioni, nessun coro lesivo della dignità
dell’avversario, tutti seduti e divieti di qua e divieti di
là. Calcio rumeno durante la dittatura di Ceausescu.
E pure il nostro amato Subbuteo, sulla scia delle mutazioni degli
anni, ha preso una brutta china. Alleggeriti i giocatori, cambiate
le forme, persa l’identità unificatrice sotto la stessa
bandiera e sotto lo stesso marchio, si è ritirato, è
mutato, è diventato Calcio da Tavolo, si è modernizzato,
ha cambiato regole e materiali, spirito e tecniche di gioco.
Un po’ come il calcio sotto i colpi delle Pay Tv.
Ma noi lo amiamo così si ama un figlio che sbaglia o come
si ama un vecchio genitore che perde i colpi per via degli anni
che inesorabili trascorrono.
Oggi il Subbuteo pensa al “Dream Team”, alla creazione
di una squadra non più basata sull’amore per la maglia,
sull’amore per la città e per la squadra del cuore.
Oggi punta al sensazionalismo del nome dell’ultimo giocatore
griffato e pettinato all’ultima moda. Punta all’uomo
invece che alla maglia.
Proprio il contrario di quello che noi, ultimi romantici, amiamo
di più.
Per questo motivo, spesso, ci aggiriamo furtivi con i nostri nicknames
su ebay e tra una truffa e l’altra – quasi mai ad opera
di venditori inglesi, spesso, invece, perpetrata da quelli italiani
– cerchiamo di salvare dal dimenticatoio e dai tempi moderni
quei pupazzetti sacri che ancora tante sgroppate dovranno fare sui
nostri panni verdi.
Viva il Subbuteo old style, contro il calcio moderno! |