TORNA
IL CAMPIONATO
Torna il campionato.
E tutti a bocca aperta ad aspettare i gol delle nostre squadre del
cuore, le previsioni di Maurizio Mosca e le pose intriganti di Elisabetta
Canalis. Le pose e tutto il resto che mette in posa. Non quello
che dice, che è assolutamente inutile in un’economia
di calcio giocato. Ma è calcio quello che ci propinano?
È calcio quello che come beoti ci sciroppiamo la domenica
e tutti gli altri giorni tra anticipi e posticipi e gare rimandate
e da recuperare?
Sono convinto che questo non è più calcio.
È un grande baraccone, una macchina che fabbrica denaro,
plusvalenze, Borsa, azioni, pagliacci, veline, presidenti moralizzatori,
giocatori che si lamentano per la troppa ricchezza, che non mettono
un lutto al braccio perché non conoscono personalmente il
tifoso che è morto (vero Seedorf? Vergogna!), insomma un
circo che con il calcio non ha nulla a che vedere.
E il discorso vale anche per la violenza, la giustificazione che
le parrucche istituzionali trovano facilmente per tenere in naftalina
il vero calcio popolare e riempire le nostre domeniche di surrogati
al vago sapore di football.
Una violenza inutile, dannosa, perniciosa che alimenta solo benpensanti
e giornalisti, che altrimenti dovrebbero imparare a scrivere di
qualche argomento per portarsi un po’ di pane a casa.
Il calcio così è destinato a morire. Ora ha un male
che sembra incurabile.
E il male profondo è il sistema che ruota al calcio. Tutti
compresi, nessuno escluso.
Che possiamo fare noi nostalgici del Beautiful Game?
Forse è il momento di far capire che non siamo più
così pronti a subire passivamente l’insipido prodotto
che vogliono venderci, possibilmente tenendoci ben ancorati alle
pay tv e alle poltrone di casa nostra, tra una trasferta vietata,
una curva chiusa e le loro chiacchiere logoranti e logorroiche su
calcio, ultras, polizia, violenza, diffide e terrorismo.
Quanti di noi amano davvero il calcio?
Ecco, riflettiamo sul nostro amore per il calcio. Pensiamo bene
dove nasce, come nasce e cosa significa per noi.
Pensiamo alle domeniche allo stadio quando non esistevano le dirette
televisive; teniamo a mente i programmi che santificavano le nostre
domeniche: Tutto il calcio minuto per minuto, Novantesimo Minuto,
Domenica Sprint, Dribbling. Servizi, gol e poche chiacchiere.
E che dire dei calciatori di una volta che avevano una vita normale,
una moglie normale, i figli con i nomi normali? Nessun divismo generalizzato
e diffuso, qualche giocatore bizzarro, diverso dagli altri. Gli
altri, veri e propri operai del pallone. Chi seguiva la moda portava
i capelli un po’ lunghetti, vestiva con i primi capi firmati,
Zigoni portava la pelliccia come George Best. Ma tutti andavano
in ritiro per fare amicizia con i compagni di squadra, non per isolarsi
con cellulari, i-pod e playstation.
Pensiamo alle migliaia di radioline accese; ai mariti indaffarati
a portare a spasso il cane (che avrebbero volentieri abbandonato
in autostrada) o impegnati ad accompagnare le mogli (stesso destino
del cane, anzi quasi quasi meglio il cane) a fare le passeggiate
con le prime cuffiette piccole, infilate – in maniera disinvolta
dentro all’orecchio quello più distante dal lato della
moglie – e le loro improvvise grida di gioia con le mogli
che fuggivano in macchina; la corsa a casa per vedere la telecronaca
di un tempo di una partita a sorpresa quando già si sapeva
il risultato. E il Subbuteo, il calciobalilla al baretto sotto casa,
le sfide interminabili e le Figurine Panini. Il vero oro di noi
bambini. E dei nostri genitori che cercavano di farcele attaccare
dritte solo perché poi l’album lo tenevano loro. Per
sfogliarlo quando noi bambini dormivamo sognando partite impossibili.
Tutto questo è sparito. Tutto questo era il calcio.
Ma siccome il calcio è sempre stato prima di ogni cosa l’amore
dei tifosi verso la propria squadra del cuore, pensiamoci. Pensiamo
a chi dedichiamo il nostro amore. Pensiamo se vale ancora la pena.
Facciamo vedere al coro dei ruffiani e dei buffoni che siamo capaci
di non seguire le loro schifezze. Smettiamo di andare a vedere il
loro circo. Smettiamo di essere teledipendenti dalle loro partite
truccate e misere. Smettiamo di incitare mezzeseghe che meritano
solo il nostro disgusto.
Prendiamo un bel pallone, chiamiamo i nostri amici e andiamo noi
a giocare a calcio.
Il football siamo noi.
Torna il campionato. E chissenefrega! |